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La fabbricazione dell’umano: uno sguardo culturale sul tema della nascita

Francesco Remotti, noto antropologo italiano, per anni ha lavorato intorno al tema dell’antropopoiesi, dal greco anthropos (uomo) e poiesis (fabbricazione, produzione), per descrivere i processi con cui la cultura fabbrica l’essere umano.

Per Remotti l’identità, il corpo e persino le emozioni non sono elementi innati, ma il risultato di una continua “lavorazione” culturale che passa attraverso pratiche che modificano la persona in maniera radicale (riti di iniziazione, educazione, tabù, abitudini quotidiane).

Dunque, mosso anche dal bellissimo lavoro che stiamo facendo sul territorio Toscano con il Progetto PROSIT, ho pensato di coinvolgere due colleghe, Maria Elisa Dainelli e Lisa Fabbrini (rispettivamente antropologa e ostetrica), per sottolineare come la cultura agisca sulla nostra lettura dei fenomeni, focalizzando il confronto sul tema della nascita.

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Mediare tra mondi: la funzione del mediatore culturale nel setting etnoclinico

In psicoterapia lavorare con persone provenienti da altri contesti culturali non è semplice.

Spesso, infatti, terapeuta e paziente attingono a codici interpretativi diversi riguardo alla sintomatologia riportata da quest’ultimo, e l’accesso a questi codici viene ostacolato da vari fattori, uno su tutti la barriera linguistica.

Ecco perché avvalersi di un mediatore culturale può essere un valido aiuto ai fini terapeutici, a condizione, però, che si faccia attenzione al tipo di professionista che si convoca e, soprattutto, alla funzione che gli viene richiesta.

In questo video ho voluto approfondire il ruolo che il mediatore culturale riveste all’interno del setting etnoclinico, descrivendo non solo le caratteristiche proprie di questa figura professionale ma anche le buone pratiche per far sì che la sinergia che questi instaura con il terapeuta possa rappresentare un punto di svolta ai fini della cura.

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Essere adolescente oggi: rischi e nuove frontiere

Ogni generazione è fortemente influenzata dai cambiamenti culturali, economici e sociali che caratterizzano il periodo storico nel quale si sviluppa e, in tal senso, l’adolescenza è forse il momento clou nel quale si incontrano e si scontrano i modelli passati (solitamente quelli familiari) e quelli nuovi imposti dalla società.

Se questo è vero, quindi, il periodo con il quale gli attuali adolescenti stanno facendo i conti è tutt’altro che semplice: disordini mondiali, insicurezza lavorativa, crisi dell’identità e impoverimento della dimensione emotiva in favore di uno pseudo pragmatismo dilagante. E, come se non bastasse, tutto questo avviene in un mondo iperconnesso e che costringe sempre di più a spostare la presenza e l’incontro sulla dimensione virtuale.

Abbiamo sentito la necessità, quindi, di fermarci e provare a fare il punto in questa puntata di PsicoPsycho sull’ambiente con il quale si trovano a interfacciarsi i nostri adolescenti e su che tipo di contributo possiamo offrire come professionisti tanto a loro quanto ai genitori.

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Psicologi nel digitale: confini e orizzonti

Cosa vuol dire per un* psicolog* stare online?

Per un professionista divulgare chi è e cosa fa non è roba da poco, soprattutto quando ci si muove in un mondo come quello del web. Stare online, infatti, non solo abbatte la distanza spazio-temporale tra noi e i nostri pazienti (i contenuti sono disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7), ma ci costringe a fare i conti con tante altre questioni legate alla nostra professione come quelle relative alla privacy, alla gestione di eventuali haters, molestie o stalking, all’imprenditorialità, alla gestione finanziaria e, non ultimo, alla scelta di quale possa essere lo strumento più efficace per veicolare i nostri contenuti.

Di questo e tanto altro si discuterà il 12/04/2025 a Genova in occasione della seconda edizione di PsicoNet.work, il Festival della comunicazione digitale per psicologi, ma noi abbiamo chiesto a Simona Moliterno (ideatrice e prima organizzatrice del Festival) di venire a spoilerarci qualcosa nella prossima puntata di PsicoPsycho.

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Psicoterapia: Tra relazione e introspezione

La psicoterapia affonda le sue radici in tempi molto lontani, quando la “cura con la parola” veniva adoperata come pratica medica all’interno dei rituali di guarigione, ma nel corso della sua evoluzione ha dovuto fare i conti con critiche, stereotipi e falsi miti.

Ad oggi questa pratica è stata sdoganata e viene svolta all’interno di istituzioni pubbliche e di studi privati, eppure in tanti non hanno ancora ben chiaro cosa sia la psicoterapia, chi va in psicoterapia e soprattutto perché si va (o sarebbe utile andare) in psicoterapia.

Francesca Picozzi (psicoterapeuta, scrittrice e divulgatrice) ce lo spiega molto bene nel suo ultimo libro “Perché sei qui?” e, utilizzando una forma comunicativa accessibile a tutt* – quello della graphic novel – e che strizza l’occhio ai più giovani, ci permette di riflettere su due elementi cardine del processo psicoterapeutico: l’introspezione e, soprattutto, la relazione.

Abbiamo deciso, perciò, di coinvolgere Francesca nella nuova puntata di PsicoPsycho così da confrontarci con lei sul suo libro e sull’impatto positivo che le storie raccontate al suo interno possono avere sulle vecchie e sulle nuove generazioni.