pensieri

Quale cultura per l’integrazione?

C_2_fotogallery_3011402_1_imageAja Trier, “Van Gogh Never Saw Woodstock”

Da Settembre di quest’anno sto frequentando un Master biennale intitolato “Psicoanalisi e Migrazione” presso la Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppo Analisi di Roma (S.P.I.G.A.). Come al solito gli stimoli derivanti dal confronto con i colleghi psicologi, psichiatri e antropologi sono tantissimi e ogni volta vado via dalla lezione con un mucchio di spunti interessanti che, però, non ho mai tempo di sistemare e di condividere con gli altri. Spesso qualcuno di questi prova a prendere forma nelle “discussioni da bar” fatte a cena con gli amici, ma sono tutte considerazioni che, se non scritte, sfumano non appena (giustamente) si torna a parlare di argomenti più leggeri. Per la lezione che ha avuto come argomento centrale “Gruppi e Culture in Movimento – Identità e Cultura”, però, le cose sono andate diversamente, anche perché i docenti ci hanno chiesto di relazionare quanto emerso dall’incontro e quindi, volente o nolente, mi è toccato buttare giù un paio di considerazioni che, ovviamente, riporto qui sul blog. La lezione è stata tenuta dal Dottor Sandro Maiello e dalla Dottoressa Giuseppina Marruzzo, entrambi psicoterapeuti della S.P.I.G.A., i quali hanno suddiviso la giornata in due omenti, uno esperienziale e l’altro teorico: ad un intervento di gruppo faceva seguito una finestra teorica per un totale di tre sessioni gruppali e due teoriche. Ciò premesso, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che, a mio avviso, sono stati illuminanti per comprendere al meglio sia l’argomento della lezione che alcune dinamiche del contesto sociale odierno e che riguardano la definizione dei concetti di accoglienza e di integrazione.A tal proposito, quindi, partirei dall’idea secondo cui individuo e gruppo sono inevitabilmente interconnessi tra loro in quanto l’uno finisce per dipendere dall’altro. A riprova di ciò, notiamo come la cultura – un fenomeno propriamente gruppale che potremmo descrivere come l’insieme dei saperi che definisce i rapporti all’interno di un determinato gruppo sociale – determina la struttura psichica dell’identità del soggetto, influenzandone lo sviluppo e promuovendone la permanenza e la trasformazione nel tempo. L’individuo, da par suo, si fa portatore di questa cultura garantendone la sopravvivenza, ma ne diventa anche agente trasformatore in quanto contribuisce attivamente alla sua modificazione. Questo ragionamento affonda le basi sull’idea di Foulkes (1973) per cui l’individuo non è pensabile come una monade, bensì come un’entità immersa in un sistema di interconnessioni che, prese nel complesso, formano una rete: egli ne diventa un nodo e modella la sua identità grazie al contesto sociale che lo circonda. Foulkes, così, ipotizza l’esistenza di un inconscio sociale che si delinea come il contenitore e il contenuto della psiche dell’individuo e che permea così tanto il vivere umano da non rendere pensabile per il soggetto il potersi trovare in uno spazio al di fuori della cultura e della società. Tale inconscio, secondo l’autore, verrebbe assorbito dal bambino fin dai primi giorni di vita mediante l’esperienza di assimilazione dei gesti e dei “riti” messi in atto dalla madre, esperienza questa che renderebbe possibile la trasmissione transpersonale dell’inconscio stesso. Esso permette di creare una base identitaria per l’individuo che potrebbe essere definita come psico-sociale e che si sviluppa nel tempo all’interno e mediante il gruppo sociale stesso. A tal proposito Foulkes (1967) introduce il concetto di matrice, ossia di quell’insieme di pre-concezioni consce ed inconsce riferite sia agli altri membri della rete che alla rete stessa nella sua totalità. Nel caso specifico, quindi, si fa riferimento a quell’insieme di credenze e di valori, a quegli aspetti sociali, affettivi e comportamentali che ogni membro (nodo) attribuisce ad un altro membro nonché al gruppo stesso nel suo insieme. Per Foulkes ci sarebbero due tipologie di matrici che contribuiscono all’individuazione e allo sviluppo dell’identità psico-sociale dell’individuo: una matrice culturale di base e una matrice familiare (o personale). La prima è l’elemento base che rende possibile la comunicazione all’interno del gruppo in quanto comprende l’insieme dei gesti e dei codici corporei propri di ogni sistema culturale, la seconda, invece, rappresenta l’esperienza dei rapporti che l’individuo fa all’interno del gruppo familiare originario. È proprio in questo gruppo che entrambe le matrici trovano la loro primaria espressione, elemento questo che ne denota l’importanza in quanto esso diventa un punto cruciale ed essenziale nella creazione e nello sviluppo dell’identità individuale del soggetto. Il gruppo familiare, infatti, si palesa come una variante individualizzata del gruppo sociale che permette al bambino di sperimentare la presenza di un posto sicuro in cui sentirsi libero di differenziarsi e di creare dei confini sicuri del Sé, perché certo di trovarsi in uno spazio che lo contiene e lo delimita come fosse una “pelle”. In quest’ottica diventa cruciale, quindi, la connessione tra il concetto di ripetitività e quello di sicurezza, in quanto il ripetersi di situazioni che fanno sentire il bambino (e successivamente l’individuo adulto) protetto comporta l’incremento del suo senso di sicurezza e, conseguentemente, la possibilità di apertura verso l’altro da sé. Personalmente ho riscontrato questo processo analizzando il vissuto provato durante le tre sessioni gruppali svolte all’interno della lezione del master. Ho notato, infatti, che il ripetersi della sessione di gruppo nell’arco della giornata ha reso possibile una mia maggiore apertura verso gli altri in quanto la costanza del setting e dei partecipanti ha permesso di sentirmi sicuro e quindi libero di cercare l’incontro con essi senza il timore di esserne “invaso, sopraffatto o distrutto”.

Il concetto di sicurezza richiama non solo quello dell’Io-Pelle di Anzieu (1989), ma soprattutto quello di holding di Winnicott (1975). Quest’ultimo, infatti, non solo afferma che un buon funzionamento dell’accudimento materno facilita lo sviluppo identitario, ma pone l’accento sull’importanza che svolge sul bambino il meccanismo di separazione dalla madre. Winnicott, infatti, afferma che tanto più la madre è stata “sufficientemente buona” nell’accudire il bambino, tanto più egli avrà interiorizzato la sua figura e riuscirà a separarsene evitando di vivere questa esperienza come distruttiva e frammentaria. La madre, quindi, si configura come un elemento psichico indispensabile nello sviluppo del bambino in quanto lo contiene e lo rassicura nel processo di separazione e individuazione, tuttavia l’intero processo sarà possibile solo grazie alla creazione di uno spazio simbolico (definito area transizionale) in cui il bambino, attraverso la fantasia del gioco e del “far finta che”, possa fare esperienza dei vissuti negativi e distruttivi che la separazione porta con sé per poi padroneggiarli. Questo spazio psichico può esistere solo se egli percepirà da parte del genitore e dell’ambiente che lo ricorda una costanza di accudimento e di contenimento che ne permetta lo sviluppo di quel senso di sicurezza necessario per “giocare” con i contenuti emotivi tipici della separazione.

Alzando per un attimo la lente di ingrandimento e passando, quindi, dalla relazione madre-bambino a quella società-individuo, si può ipotizzare che così come la costanza nelle cure materne di una madre sufficientemente buona rende possibile la creazione di uno spazio psichico utile al bambino per padroneggiare le angosce di frammentazione dovute all’incontro con la realtà (e quindi alla sua individuazione), così il contesto sociale – che trova la sua prima espressione nel gruppo famiglia – renderebbe possibile quella costanza culturale necessaria al soggetto per cimentarsi nell’incontro con l’altro. Questo spazio potrebbe essere associato a quello che Rouchy (2000) chiama gruppo di appartenenza primaria, ovvero quel contenitore nel quale il soggetto costruisce il rapporto tra il suo mondo interno e la realtà esterna andando a introiettare i comportamenti propri del “gruppo famiglia” e conferendogli un valore di oggettività. Un esempio potrebbe essere quello fornito dalla dinamica che in età adolescenziale alcuni ragazzi mettono in atto “affiliandosi” a gruppi di coetanei e introiettandone spazi, modi di dire e di pensare o l’impostazione della voce. Rouchy, inoltre, introduce anche una seconda tipologia di gruppo (il gruppo di appartenenza secondaria) la cui costituzione, però, presuppone che il soggetto sia capace di stabilire dei rapporti con gli altri individui e che quindi il suo processo di individuazione sia sufficientemente strutturato. In questo gruppo, infatti, è il concetto di differenza che struttura e caratterizza gli scambi e le relazioni tra i suoi membri, scambi che saranno possibili solo se l’individuo sarà in grado di discostarsi e riavvicinarsi al gruppo di appartenenza primaria in maniera fluida. Questo movimento “elastico” potrebbe richiamare a quello messo in atto dal bambino nel momento in cui si distacca dalla mamma per fare esperienza del mondo circostante. Egli, infatti, si allontanerà da quella che Bowlby (1989) ha definito la sua “base sicura” (la madre) andando ad esplorare lo spazio circostante ma voltandosi di tanto in tanto verso di lei quasi a volersi assicurare che non scompaia. Attraverso questa prospettiva, quindi, si vede come la flessibilità dell’individuo nel muoversi attraverso le due tipologie di gruppi sopra citate e la capacità di questi ultimi di fornirgli elementi caratterizzanti e costituenti che gli permettano di sentirsi parte di essi vengono a delinearsi come i due requisiti per creare quel senso di sicurezza che rende possibile lo strutturarsi di un’identità stabile. D’altro canto, se i gruppi sopra descritti non assolvono alla loro funzione, finiscono per essere percepiti come minacciosi e persecutori fino al punto di poter provocare una frammentazione dell’identità dalla quale l’individuo deve necessariamente difendersi. Questo processo potrebbe forse essere associato a quanto accade nei fenomeni di mancata integrazione di ceppi etnici in alcune società odierne: contesti culturali incapaci di offrire a chi entra in contatto con essi uno spazio per metabolizzare la realtà intrapsichica e sociale causano una chiusura netta all’integrazione e quindi una ghettizzazione di coloro che vengono, così, etichettati come “diversi” (nell’accezione negativa del termine).

Per potersi sviluppare al meglio, quindi, l’uomo ha bisogno di un ambiente capace di accoglierlo e di accudirlo e, a questo proposito, la Scuola Romana di Psicoanalisi (Pontalti, Menarini, 1985) afferma che la cultura fa da garante alla creazione di questo ambiente. La matrice familiare, infatti, consentirebbe all’individuo di dare un senso simbolico a ciò che accade intorno a lui fornendogli gli strumenti per operare una trasformazione dei fatti da “naturali” a “culturali”. Tuttavia, egli sarà in grado di operare questo processo di mentalizzazione solo se la matrice familiare/gruppale si delineerà come insatura, ovvero come modificabile, plasmabile, come qualcosa su cui l’individuò stesso può intervenire in maniera attiva. Essa dovrà costituirsi come quell’area transizionale capace di garantire al soggetto la possibilità di operare una trasformazione simbolica della cultura familiare e transpersonale in nuovi significati, e sarà proprio questa sorta di atto creativo a permettere al soggetto di sentirsi allo stesso tempo indifferenziato e parte di un gruppo. L’individuo, così, non solo sarà in grado di rapportarsi in maniera efficace con gli altri, ma l’intero sistema sociale potrà confrontarsi – nel senso etimologico del termine, ovvero di mettere di fronte due persone o cose per conoscerne le affinità e le differenze – in maniera “sicura” con l’altro da sé.

Per concludere, quindi, credo che il punto focale nella comprensione dei concetti di integrazione e di accoglienza sia quello di considerarli necessariamente come espressioni dirette della possibilità creativa del gruppo sociale. All’interno del contesto culturale odierno, tuttavia, faccio fatica a rintracciare quel senso di costanza e di sicurezza e quello spazio creativo che caratterizzano l’incontro con l’altro. Credo, infatti, che spesso la matrice familiare/gruppale con cui veniamo in contatto sia tutt’altro che insatura e che, quindi, difficilmente essa lasci spazio al “gioco” e alla messa in discussione di quei codici e significati che rendono possibile la comprensione e la messa in atto dei concetti di integrazione e di accoglienza. La domanda che mi pongo quindi è la seguente: è davvero possibile trovare un esempio concreto del panorama sociale e culturale descritto in questo elaborato? E, se la risposta è affermativa, in cosa esso si differenzia da quello in cui viviamo? Credo che cercando la risposta a queste due domande si possa giungere alla comprensione e all’applicazione dei fenomeni descritti in questa sede per arrivare, quindi, alla piena formulazione di una cultura dell’integrazione e dell’accoglienza propriamente detta.

 


 BIBLIOGRAFIA

  • Anzieu D. [1989], L’Io pelle, tr. It. Borla, Roma (1994)
  • Bowlby J. [1989], Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Ed. Raffaello Cortina, Milano
  • Foulkes S.H. [1967], Analisi terapeutica di gruppo, Boringhieri, Torino
  • Foulkes S.H. [1973], Il gruppo come matrice della vita mentale dell’individuo, trad. it.: F. Di Maria e G. Lavanco (a cura di, 1993), Al di là dell’individuo, ed. La Palma
  • Pontalti C., Menarini R. [1985], I disturbi di personalità. Progressi in psichiatria, C.i.c. Edizioni Internazionali, Roma
  • Roucky J.C. [2000], Il gruppo spazio analitico, ed. Borla, Roma
  • Winnicott D.W. [1975], Gioco e realtà, tr. It. Armando Editore (1993)

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