gambling, pensieri

“Ludopatia”? No, grazie

http://www.corriere.it/cronache/17_aprile_07/legge-anti-slot-senza-decreto-attuativo-un-anno-ce-ne-sono-30-mila-piu-72480292-1bd9-11e7-a7aa-d3cb5d83b09d.shtml

Ho sempre sostenuto che il primo passo per affrontare realmente un problema è capire di cosa si sta parlando, iniziando con il dare il giusto nome alle cose. “Ludopatia” non è il termine appropriato per descrivere la dipendenza da gioco d’azzardo!

Facendo un’attenta analisi della parola, infatti, vediamo che essa è composta da due parti, il termine “ludus” (gioco) e il suffisso “pathia” preso in prestito dal greco. Voglio soffermarmi un attimo su quest’ultimo in quanto esso esprime un duplice significato, cioè può indicare una passione o una sofferenza per qualcosa[1]. Entrambi i significati, tuttavia, non calzano con la dipendenza da gioco d’azzardo, e questo per due motivi: a) quella che porta a giocare d’azzardo non è una passione, è una dipendenza e b) il gioco, per sua natura, non può esser causa di sofferenza.

Adottando la visione della “ludus-pathia” intesa come un’eccessiva passione per il gioco, infatti, si incappa nell’errore che porta molti giocatori e familiari a considerare il comportamento di gioco come una sorta di vizio. Si sottrae, così, la componente disadattiva della dipendenza, slegando implicitamente il comportamento di gioco dal suo essere qualcosa di incontrollabile e di compulsivo per il soggetto e facendolo diventare, così, un qualcosa che questi decide di fare in maniera lucida e consapevole.

Se, invece, si accetta la visione della “ludus-pathia” come una sofferenza per il gioco si incappa in una grossolana contraddizione in quanto il gioco, per sua natura, non può causare sofferenza. Quando gioca, infatti, l’individuo (così come il bambino) attiva dei meccanismi di simulazione fantastica che gli permettono di esprimere appieno tutte le sue fantasie e suoi desideri senza il timore di essere sopraffatto dai sensi di colpa legati alle azioni da lui immaginate. La simulazione, infatti, fa da garante rispetto all’evitare la sofferenza legata alle possibili conseguenze che si verificherebbero se quanto immaginato fosse realtà.

Detto ciò, dovrebbe esser più chiaro come entrambe le accezioni date al termine “ludopatia” portano a un nonsense della parola rispetto al fenomeno della dipendenza da gioco d’azzardo. Credo, inoltre, che il dilagare di questo errore semantico sia espressione implicita dell’incapacità di dare il giusto peso al tumore sociale che da anni colpisce sempre più persone e che costa allo Stato più di quanto viene ricavato dalla sua regolamentazione.

I gratta e vinci, le slot machine, il poker, le scommesse sportive, per molte persone non hanno più a che fare con il “ludus”, non sono più semplici giochi. Essi diventano bolle, mondi a parte in cui si spegne il cervello e si fluttua senza tempo né spazio. La combinazione tra fattori culturali e sociali e le caratteristiche sempre più ipnotiche e alienanti di questi sedicenti “giochi di alea”, infatti, hanno trasformato il piacere del gioco in un virus. Il gioco d’azzardo per alcuni può diventare un cancro.

Tengo a sottolineare che il pronome “alcuni” non è casuale, in quanto vuole enfatizzare il fatto che non tutti sviluppano questo morbo. Non sto qui a dilungarmi sul perché, magari riporterò qualche pensiero che ho già scritto in merito a questo più in là, tuttavia voglio sottolineare che la soluzione non può essere quella di abolire il gioco d’azzardo, bensì agire sulla prevenzione e sulla regolamentazione dello stesso. L’unico effetto sortito dal proibizionismo nella storia è stato quello di fornire nuove vie da asfaltare alla criminalità organizzata.

Informare le persone – partendo da laboratori da proporre agli studenti dagli 11 anni in su – sui rischi effettivi del gioco e sulle distorsioni cognitive ad esso associate, regolamentare a livello istituzionale e locale i giochi e le attività commerciali che su questi traggono profitto, mettere in atto interventi mirati sulla frequenza e sulla diponibilità del gioco: queste sono solo alcune delle proposte su cui poter lavorare concretamente per debellare il cancro sociale della dipendenza da gioco d’azzardo, ma tutto ciò è possibile solo se si fa chiarezza rispetto a ciò di cui si sta parlando.

A questo punto non dovrebbe sembrare più tanto strano che i regolamenti che vengono proposti si fanno ma non si attuano. La dipendenza da gioco è un morbo, non è un vizio! E finché non si entrerà in questa ottica non si riuscirà mai a fare qualcosa di veramente concreto. La politica ha i suoi affari, quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo è diffondere conoscenza, chiarire i concetti e combattere l’ignoranza sociale che l’ultimo decennio ci ha lasciato in eredità, avendo un occhio critico su tutto ciò che ci circonda.

Chiamare le cose con il loro nome è un gesto piccolo, ma che sottende una grande rivoluzione: vuol dire informarsi su cosa c’è dietro un termine, un’etichetta, vuol dire essere curiosi, muoversi attivamente verso la conoscenza. In questo caso il termine “ludopatia” deve necessariamente essere sostituito con “gioco d’azzardo patologico”. È troppo lungo da dire o da scrivere sui giornali? Bene, utilizziamo un acronimo, GAP, suona anche bene!

Beh, a pensarci, anche su questo termine avrei qualcosa da ridire, ma andiamo per gradi…le rivoluzioni si fanno un passetto per volta!

[1] Fonte: http://www.treccani.it/vocabolario/patia/

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