pensieri

Tra fiaba e fumetto

fiabe

Vorrei farvi una domanda: le fiabe sono solo per i bambini o esistono fiabe per “grandi”?

Twerski nel suo libro “Su con la vita, Charlie Borwn!” affianca ai personaggi di Socrate, Aristotele, Freud e Jung la figura di Charles Shulz, il brillante autore delle strisce dei “Peanuts”. Il perché di questa scelta – che all’apparenza può sembrare un po’ strana e azzardata – ci appare subito chiaro nel momento in cui ci avviciniamo ad una delle vignette in questione: esse non solo divertono, ma mettono in scena importanti dinamiche psicologiche in maniera così semplice e immediata da dissimulare l’efficacia del loro impatto. Tale efficacia è data dal fatto che queste vignette lasciano al lettore il compito di interpretarle e di far riflettere sulle tematiche che sollevano. Proprio come fa il bambino con la fiaba, l’adulto si immedesima nel personaggio della vignetta, riscontrando quelle che sono le sue esperienze di vita e questo lo porta a prendere coscienza della sua situazione invogliandolo a cercare eventuali soluzioni ai suoi problemi.

Peanuts

Charlie Brown ha una cotta per la ragazzina dai capelli rossi e il suo essere insicuro lo porta a sopravvalutarla fino a considerarla una sorta di divinità, per questo la scoperta della sua natura “umana” lo fa sentire così sollevato. Questo è ciò che accade a molti individui che hanno difficoltà ad approcciarsi alle persone perché si ritengono inferiori o incapaci. Essi, leggendo questa vignetta sicuramente sorrideranno a primo impatto, ma poco dopo riscontreranno un senso di sollievo perché si renderanno conto che il disagio legato alla loro situazione è normale, tanto da essere presentato su un giornale sotto forma di vignetta. Questa “normalizzazione” della loro ansia li porterà a riconsiderare il proprio limite così da potervi far fronte in maniera costruttiva. E’ un po’ quello che avviene in analisi quando il paziente inizia a stare meglio nel momento in cui gli viene riconosciuto che il suo stato d’animo è giustificato e che può anche essere condiviso. La vignetta assume così un valore psicologico notevole trasformandosi in uno strumento che consente all’individuo di rispecchiarsi, di fare una panoramica sul suo modo di agire e di pensare ed eventualmente di modificarsi e migliorarsi. Il bambino utilizza la fiaba per lo stesso identico scopo, ma con alcune varianti.
Proprio come un filosofo, il bambino tenta continuamente di dare una risposta a quelli che sono i suoi (e forse anche i nostri) interrogativi, primo fra tutti “chi sono?”. Ebbene, la fiaba gli fornisce, mediante l’identificazione con uno o più personaggi, una prima risposta a questa eterna domanda offrendogli un modello da seguire ma ancora di più la sicurezza di poter conoscere ciò che prima lo spaventava tanto. Questo ci fa capire quanto sia indispensabile l’aspetto psicologico dell’identificazione all’interno della fiaba e di come questo possa incentivare il bambino a uscire da uno stato di confusione o comunque di paura e facilitarne lo sviluppo emotivo e non. E’ come se il bambino attraverso la fiaba riuscisse a rinascere, a evolvere ad un livello più maturo, un po’ come fa Cappuccetto Rosso uscendo dalla pancia del lupo grazie all’aiuto del  cacciatore. La natura non realistica della stessa è un importante espediente perché evidenzia che il proposito della fiaba non è quello di trattare elementi del mondo esterno, ma di chiarire processi interni al bambino. Attraverso la fiaba, il bambino riesce a comprendere ciò che accade nel suo inconscio e a familiarizzare con esso intessendo sogni ad occhi aperti che gli offrono una migliore direzione. La presenza del mostro nella fiaba, ad esempio, è un richiamo, una sorta di eco proveniente da quegli aspetti di sé che il bambino vede come mostruosi. Il poter contare sul fatto che alla fine questi aspetti, per quanto paurosi, possano essere sopraffatti, lo porta a stare meglio. Il bambino può in questo modo proiettare le sue ansie sul personaggio mostruoso e affrontarle meglio. Se questa operazione di “rispecchiamento” gli fosse impedita non gli sarebbero forniti suggerimenti riguardo al modo in cui egli può dominare questi sentimenti mostruosi portandolo a percepirsi come indifeso in preda alle sue peggiori ansie. A questo proposito si può vedere come sia importante non spiegare mai il senso della fiaba al bambino, ma è bene che questi possa cogliere i messaggi che più ritiene opportuni dalla stessa. E’ bene che egli arrivi da solo ai messaggi che la fiaba vuole comunicargli e lo farà nella misura in cui questa gli sia più o meno utile nel momento di vita che sta attraversando. La fiaba inizia esattamente dove il bambino si trova dal punto di vista emotivo, mostrandogli così dove deve andare e come deve procedere, ma lo fa in maniera indiretta sotto forma di materiale fantastico da cui il bambino può attingere quanto e come gli sembra meglio.
La natura ironica delle strisce dei “Peanuts”, così come la natura fantastica della fiaba, incentivano, quindi, nel bambino quanto nell’adulto quel processo del “far finta che…”, una componente indispensabile per l’introspezione e il cambiamento. L’individuo, grande o piccolo che sia, ha la possibilità di immaginare come sarebbe la sua vita se si comportasse in maniera diversa, di simulare comportamenti e alleviare così in parte l’ansia insita nel processo di cambiamento. Spogliata di questo processo, la fiaba assume contorni ridicoli e inutili…proprio come ci fa notare Giobbe Covatta in questo suo spettacolo dal minuto 4:20:

BIBLIOGRAFIA:

  • Bettelheim B. (2000), Il mondo incantato – Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Milano: Feltrinelli Editore;
  • Twerski Abraham J. (2000), Su con la vita, Charlie Brown, Milano: Mondadori;

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