pensieri

Se non (ci) fossi io

In una scena del film “The Mask”, Stanley Ipkiss – il personaggio interpretato da Jim Carrey – afferma che, metaforicamente parlando, tutti noi portiamo una maschera. Ma che cos’è questa “maschera” e, se è vero che la indossiamo tutti, qual è la sua funzione? L’argomento mi interessa già da un po’ di tempo e mi sta capitando sempre più spesso di trovare esempi – siano essi letterari, cinematografici o riguardanti episodi di vita reale – che dimostrano come questa affermazione sia quanto mai vera, soprattutto nella società attuale.

Oggi viviamo in un mondo fatto da individui che Massimo Recalcati in un suo saggio ha definito “narcinisti”, ovvero da persone che pensano solo a sé e che dentro sono vuote, incapaci di avere un obiettivo proiettato nel futuro. La nostra società sarebbe costituita, quindi, da uomini senza inconscio, da individui privi di una qualsiasi spinta al desiderio; sia chiaro, non si sta parlando di meri desideri come una tv o l’ultimo modello di cellulare, qui si parla di desideri con la “D” maiuscola, di tutte quelle cose che una persona vuole, desidera per interesse e non perché una pubblicità le ha detto che se non ce l’ha non è nessuno. Viviamo, quindi, a mio avviso, in un’era in cui c’è un bisogno diffuso che prende la forma di soddisfacimenti parziali. Non siamo più in grado di volere qualcosa, ma ci facciamo dettare da agenti esterni ciò di cui abbiamo bisogno e che in realtà non ci soddisfa affatto. Non sappiamo più se quello che ci piace ci piace e basta o ci piace perché ce lo fanno piacere. Quindi il dilemma è: voglio una cosa o ne ho bisogno?
E’ proprio in questo scenario “apocalittico” che sguazziamo e proviamo a fare esperienza di quella che Woody Allen ha definito “una malattia sessualmente trasmissibile con un tasso di mortalità del 100%”: la vita!
Per quanto provi ad individualizzarsi, infatti, l’uomo è pur sempre un animale sociale per cui risente inevitabilmente della pressione delle regole che servono a far sì che tale società funzioni nella maniera migliore per tutti. Dove c’è un limite, però – e il buon Freud ce lo insegna – c’è un ostacolo per il nostro pieno soddisfacimento; parliamoci chiaro, tutti vorremmo avere tutto e subito, ma nella maggior parte dei casi questo collima con le volontà degli altri! Cosa fare allora?
C’è chi sceglie la via più ostica fregandosene di questi limiti e finendo con l’essere etichettato come “fuorilegge” o più comunemente “pazzo”. Ma non è questo di cui voglio parlare. Quello che mi interessa è un altro meccanismo, quello messo in atto da chi accetta il ruolo sociale che gli viene messo addosso sin dalla nascita. Costui, che per convenzione chiamerò “uomo comune”, non fa altro che mediare tra quelli che sono i suoi bisogni e i limiti che la società gli impone. Egli, quindi, indosserà una maschera, coprirà quello che Donald Winnicott ha chiamato “vero-sè” per lasciare spazio a un “falso-sè”, ad una versione smussata della propria persona che da una parte si sentirà frustrata nell’espressione e nel soddisfacimento dei propri bisogni, ma dall’altra bilancerà tale frustrazione con l’accettazione sociale. Insomma, il succo è sacrificare una parte di se stessi per stare bene con gli altri, che, come modus vivendi, a conti fatti, non è male: la vita è fatta di compromessi!
Il problema sorge, però, quando la maschera finisce con il sacrificare gran parte di noi stessi. In questo caso il bisogno di accettazione sociale supera di gran lunga il desiderio di individuazione e non si parla più di un compromesso, bensì di una vera e propria resa incondizionata a quelle che sono le regole del ruolo sociale. Pur di essere accettato, finirò con il fare quello che piace agli altri avendo timore nell’esprimere un mio parere o una mia volontà perché questo porterebbe a uno scontro e/o a una possibile espulsione dal gruppo. Questa dinamica possiamo rintracciarla sia nel piccolo che nel grande: che si tratti di andare a mangiare dai suoceri insopportabili per paura di litigare con il partner o di comprare l’ultimo modello di cellulare con la “melina” per non sentirsi out a scuola o, ancora, di fare accordi con persone che fino a poco prima delle elezioni politiche si condannavano per la cattiva moralità, la paura della non accettazione ci trasforma in qualcosa di diverso da noi stessi.
Woody Allen, nel suo film “Zelig”, affronta proprio questo tema mostrandoci come il protagonista, tale Leonard Zelig, abbia sviluppato capacità camaleontiche al fine di essere accettato dalla società. Egli riesce ad adattarsi a qualsiasi situazione con estrema facilità sacrificando, però, la sua personalità. Egli è una persona vuota! Per riprendere un passo del film:

“L’esistenza di Zelig è una non esistenza. Privato di personalità; le sue qualità umane da tempo smarrite per le peripezie della vita; sta seduto da solo in silenzio. E’ una cifra, una nullità, un fenomeno da baraccone. Lui che voleva soltanto inserirsi, far parte di qualcosa, passare inosservato ai nemici, essere amato, non è nè inserito nè fa parte di niente; è trascurato e in balia dei nemici”;

Zelig è un tipico esempio che mostra come vivere con una maschera possa essere, talvolta, l’unica ancora di salvezza che l’individuo ha per far parte di una società. Ma il film ci dice ancora di più: la maschera, prima o poi, è destinata a cadere! Essa è una farsa e come tutte le altre farse è destinata ad avere vita breve. C’è un momento, infatti, in cui il vero-sè decide che non ne può più e questo scatena una crisi nell’individuo che sarà tanto più forte quanto più sarà stata adattiva la funzione della maschera. Agli occhi di molti, soprattutto quelli che traevano maggior beneficio dalla versione mascherata del soggetto, sembrerà che quest’ultimo sia completamente impazzito e si farà di tutto per cercare di riportarlo sulla retta via…la loro!
Luigi Pirandello, con il suo libro “Uno, nessuno e centomila”, ci offre proprio una vignetta di come il venir meno del “ruolo mascherato” che convenzionalmente offriamo agli altri possa costituire una vera e propria rivoluzione per noi stessi e per chi ci sta intorno. Moscarda, il protagonista del racconto, si sveglia una mattina e, mentre si guarda il naso, sua moglie gli fa notare che questo gli pende verso destra. Il personaggio inizia, così, un lungo percorso interiore che lo porterà alla conclusione per cui lui non ha un’immagine di sé, ma è il prodotto di tanti Moscarda quante sono le persone che lo circondano. Egli vuole scoprire il vero se stesso e arriva alla conclusione che l’unico modo per raggiungere il suo scopo è quello di stare da solo…ma non nel senso di stare isolato,

“io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt’al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno. […] La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia nè voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me”.

In questo passo del libro si nota come il personaggio sente che l’immagine di sé che mostra agli altri non è la sua vera immagine, ma sente anche che la maschera che ha addosso, quel Moscarda che tutti conoscono e che sta così bene a tutti non riuscirà a staccarselo di dosso così facilmente. Si arriverà, successivamente, alla conclusione che il nostro essere è un “essere per gli altri” e che viviamo nelle infinite realtà che gli altri percepiscono di noi. Moscarda riesce, analizzandosi nel profondo, a dare una spiegazione alla sua condizione di uno nessuno e centomila:

“Purtroppo non avevo mai saputo dare una qualche forma alla mia vita; non mi ero mai voluto fermamente in un modo mio proprio e particolare, sia per non avere mai incontrato ostacoli che suscitassero in me la volontà di resistere e di affermarmi comunque davanti agli altri e a me stesso, sia per questo mio animo disposto a pensare e a sentire anche il contrario che ciò che poc’anzi pensava e sentiva, cioè a scomporre e a disgregare in me con assidue e spesso opposte riflessioni ogni formazione mentale e sentimentale; sia infine per la mia natura così inchinevole a cedere, ad abbandonarsi alla discrezione altrui, non tanto per debolezza, quanto per noncuranza e anticipata rassegnazione ai dispiaceri che me ne potessero venire. Ed ecco, intanto, che m’era venuto! Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di fusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a modo suo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io, non essendo io propriamente nessuno per me; tanti Moscarda quanti essi erano, e tutti più reali di me che non avevo per me stesso, ripeto, nessuna realtà”.

Partendo da questa conclusione il personaggio prova a creare se stesso iniziando a comportarsi in contraddizione con il ruolo che nella società gli è stato assegnato, seguendo quindi la sua volontà, ma il risultato a cui arriva non è quello sperato. Egli viene estromesso dalla vita sociale, bollato come un folle e destinato a concludere i suoi giorni in un ospizio che lui stesso – il nuovo Moscarda, quello vero! – aveva finanziato con delle generose donazioni. Eppure, nonostante si sia messo contro i suoi amici, abbia rinunciato all’amore di sua moglie, Moscarda è felice, soddisfatto di aver finalmente trovato se stesso:

“Mi guardai allo specchio dell’armadio con irresistibile confidenza, fino a strizzare un occhio per significare a quel Moscarda là che noi due intanto c’intendevamo a meraviglia. E, anche lui, per dire la verità, subito mi strizzò l’occhio, a confermare l’intesa”.

Io credo che, per quanto la società ci imponga di essere delle maschere, di annullare i nostri desideri, si può vivere in maniera serena solo se si ha un’identità forte che permetta di evitare il continuo dubbio del piacere o meno agli altri. Lo scopo è quindi quello di costruirsi un’identità capace di farci riconoscere non attraverso gli occhi degli altri, bensì guardandoci allo specchio, proprio come è successo a Moscarda. Lo spreco di energie che viene fuori dal cercare a tutti i costi di essere qualcuno per qualcun altro non ci lascia vivere appieno la vita. L’unico modo per riuscire in questo intento, perciò, è individualizzarsi, riuscire ad essere soli per sé, indipendenti dagli altri in modo che le esperienze da condividere con questi ultimi si trasformino da bisogni in volontà, che possano essere, quindi, un arricchimento e non una necessità.
Insomma, la maschera ci serve per stare bene con gli altri ma non ci permette di essere davvero noi stessi; a volte la mettiamo noi, altre volte ce la fanno indossare. A mio avviso c’è sempre bisogno del giusto compromesso tra l’onnipotenza del volere tutto per sé e l’essere al servizio degli altri rinunciando completamente alle proprie volontà. Quello che dobbiamo chiederci costantemente è: lo faccio perché lo voglio o perché ho bisogno di farlo?
A questo proposito credo che due riflessioni, prese rispettivamente da “Uno, nessuno e centomila” e da “Zelig”, possano essere un ottimo promemoria per tutti noi:

“Può anche capitare che gli altri, se non vi tenete forte alla realtà che per vostro conto vi siete data, possono indurvi a riconoscere che più vera della vostra stessa realtà è quella che vi dànno loro”.

“C’è chi dice che ha gusti mediocri, ma sono i suoi. Un individuo, un essere umano; invece di cercare sicurezza come parte invisibile del suo ambiente, Zelig non abbandona più la sua identità”.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Recalcati, M. (2010), L’uomo senza inconscio. Raffaello Cortina Editore;
  • Vartzbed, E. (2012), Come Woody Allen può cambiare la vostra vita. RCS Libri;
  • Pirandello, L. (1995), Uno, nessuno e centomila. Editoriale Opportunity Book;

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