pensieri

L’effetto “fuoco d’artificio” nelle app di dating

Qualche giorno fa ho visto l’ultimo video di Guido Cassinadri (giovane divulgatore filosofico che è stato anche ospite della puntata 11 di “MOMENTI”), e seguendo le sue riflessioni ho avuto modo di pensare a un paio di cose che mi sento di condividere.

Cercando di riassumere al massimo il contenuto del video, Guido ritiene che l’app di dating “Tinder” sia diventata col tempo l’ennesima piattaforma su cui proporre la propria immagine in maniera statica e opposta a quello che era lo scopo cardine dell’app stessa al momento della sua uscita sul mercato, cioè di mettere in connessione due persone al fine di farle incontrare. Questo fenomeno sarebbe l’effetto di un processo di massificazione ormai tipico dei social network tale per cui più passa il tempo, più persone si iscrivono alla piattaforma e più l’utilizzo che se ne fa diventa un puro e semplice “esserci”, un modo per far comparire il proprio profilo su più canali dimostrando, così, di esistere.

Non sto ad approfondire più di tanto il video, vi consiglio di guardarlo (o meglio, di ascoltarlo!). Quello che mi preme sottolineare è come in esso vi sia un concetto su cui ho posto particolare attenzione: secondo il punto di vista di Guido, la massificazione del mezzo rende meno stressante, e quindi più semplice, contattare un’altra persona iscritta all’app; da parte mia, invece, ritengo che avvenga esattamente l’opposto, cioè che l’effetto della massificazione porti ad un aumento del livello di stress nell’individuo.

Proverò a spiegare meglio il perché.

Premetto che non uso Tinder ma ho tantissimi amici e conoscenti che lo utilizzano, e posso confermare l’idea della massificazione dello strumento. Quello che mi dà da pensare è il fatto che nonostante siano in molti ad utilizzare l’app – e che altrettanti non sappiano più neanche il perché, visto che è diventata l’ennesimo strumento per dimostrare la propria esistenza – questa resti comunque il modo più efficace nell’immaginario collettivo per cercare un partner che possa soddisfare le proprie esigenze (qualunque esse siano).

É proprio l’elevato numero di persone a creare, a mio modo di vedere, una maggiore ansia e preoccupazione in chi utilizza l’app, perché per contattare qualcuno sulla piattaforma bisogna necessariamente conquistarne l’attenzione spiccando rispetto a tutti gli altri. La persona, quindi, si vede costretta a cercare strategie sempre più raffinate ed efficaci (siano esse foto mozzafiato o frasi ad effetto) che possano aiutarla nel portare a termine questo obiettivo. Del resto pensiamoci, anche noi se ricevessimo cento richieste al giorno dovremmo necessariamente filtrarle concentrandoci solo su quelle che riescono ad attirare la nostra attenzione perché più “originali”.

Ecco quindi che l’altro passa dall’essere un possibile compagno con cui condividere un caffè chiacchierando del più e del meno, ad un obiettivo da raggiungere, una sorta di test da superare per poter dimostrare a sé stessi di avere le carte in regola per riuscire a spiccare rispetto a tutti gli altri e di riuscire ad essere qualcuno agli occhi di qualcun altro. Questo processo è artificioso e stressante, e spesso insieme all’ansia da prestazione che deriva dal tentativo di conquista se ne aggiunge un’altra conseguente proprio alla riuscita di questa conquista. A mio avviso, infatti, il rischio è quello di incappare in una sorta di “effetto fuoco d’artificio”: una volta conquistata “la preda” grazie a mirabolanti escamotage e avendone ottenuta l’attenzione non si riesce, però, a soddisfarne le aspettative che, ormai, sono molto alte. É come quando da piccoli ci si vantava di essere il miglior capocannoniere di sempre per far colpo sugli amici, ma poi si andava nel panico quando ci si ritrovava a doverlo dimostrare sul campo perché gli altri erano convinti di avere davanti Ronaldo o Pelè.

In definitiva, quindi, sembra che Tinder non solo risulti esser diventato il nuovo Facebook in quanto a massificazione della piattaforma, ma sembra che ne abbia amplificato l’effetto consumistico, riducendo ancora di più la persona alla mera foto profilo o alla ricercatissima citazione del guru di turno.

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